Milano, 25 mar. (askanews) – Si è chiusa a TrentoExpo la sesta edizione di ‘Vinifera’, fiera-mercato dedicata alle produzioni degli artigiani alpini, primi tra tutti i viticoltori. Centoventi i vignaioli provenienti da tutte le regioni alpine e transalpine italiane ma anche francesi, svizzere, austriache e slovene, a cui si è aggiunta quest’anno un’interessante selezione di produttori delle isole minori del Mediterraneo (Capraia, Ischia, Isola del Giglio, Ustica, Salina, e via dicendo) e diversi produttori di sidro, oltre che di birrifici agricoli sempre d’identità alpina.
‘Qui favoriamo l’incontro e il confronto diretto tra chi produce e chi consuma, che ha il diritto di sapere e il dovere di informarsi da chi, dove e come sono stati prodotti gli alimenti che sta acquistando’ afferma Manuela Barrasso, presidente dell’Associazione Centrifuga di Rovereto che organizza l’evento. Nata nel 2017 come strumento di ricerca, supporto e valorizzazione dello sviluppo sociale e culturale del territorio, Centrifuga è un’associazione di promozione sociale che si occupa in particolare di produzione sostenibile in campo agricolo e consumo responsabile.
‘Noi facciamo una selezione in base a tre criteri fondamentali: il perimetro geografico alpino, la dimensione piccola di tipo familiare la modalità produttiva sostenibile per tutti, fattori in qualche modo ‘validati’ dal controllo incrociato degli altri produttori. Quindi la nostra forza è una selezione coerente, che ha delle eccezioni, come ad esempio Foradori che ha 28 ettari ma lavora in stretto regime biodinamico, o come un territorio come la Slovenia che tecnicamente non rientra nella Suddivisione orografica internazionale unificata del sistema alpino (Soiusa), però completa una dinamica di confine che è molto interessante” spiega ad askanews Stefano Cimadon del direttivo dell’associazione, chiarendo che ‘questi criteri non ci mettono al riparo dal fatto che possano esserci dei vini ‘imperfetti’, questo per la scelta politica di dare visibilità e speranza anche a chi ancora non ha imparato a fare il vino e qui può confrontarsi con realtà simili, scoprendo magari che si possono fare scelte tecniche diverse. Per fare un esempio due cantine liguri provenienti dalla stessa area vitivinicola non avevano mai assaggiato le loro rispettive interpretazioni di Lumassina (vino che si produce nel Ponente ligure dall’omonimo vitigno autoctono, ndr): sono queste occasioni di scambio l’asset principale di ‘Vinifera’, oltre a quella di dare visibilità e un punto di partenza a produttori altrimenti senza palcoscenico’.
E allora eccoli qui, uno a fianco all’altro, vignaioli piccoli e piccolissimi, lupi di terra di vecchio corso e giovani di belle speranze, che hanno iniziato da poco con budget ed esperienza minimi, colmati da grande entusiasmo che talvolta si traduce in un bel vino e in altre in una presunzione acetica spacciata per naturale o in un tentativo tanto onesto quanto ossidato. Ma è un’umanità bella, non solo perché varia ma perché vera, costruita sulla curiosità e sulla fatica di una viticultura spesso eroica, tra il recupero di vigne centenarie e vitigni quasi scomparsi. Vigneron resilienti, baluardo contro lo spopolamento, pazienti come la terra impone. Nani al confronto delle aziende protagoniste del vino italiano, come Laste Rosse di Novella (Trento) che dal suo unico ettaro tira fuori 3.500 bottiglie, o come Nicola Dall’Agnol di Fastro di Arsiè (Belluno) che di ettari ne ha uno e mezzo ma di bottiglie ne fa appena 2.000. Sono quelli come loro, il 90% dei presenti, l’anima di questa manifestazione dove ‘piccolo è bello’ un po’ a prescindere, perché qui l’umanità e l’impegno contano per fortuna più dei punteggi, e pazienza se si non si trova sempre una qualità cristallina. Rispetto ad altre fiere, serve avere voglia di assaggiare perché tra naturali per forza, filosofi dei piwi e orange wine dipendenti, c’è un mondo di mezzo che offre chicche preziose, fuori dai radicalismi e dalle mode. Come, solo per citarne alcuni, il ‘Torrette Supérieur Domus Nostra 2023′ della valdostata Mai Domi, l”Arlevo Chardonnay dei Vigneti delle Dolomiti 2021’ di Eredi Cobelli Aldo o la ‘Nosiola Belle 2022′: un modernissimo e delizioso frizzante sui lieviti di Francesco Poli. Poi l”El Kerner 2022’ di Maso Caliari, o l’inedito e quindi finalmente inaspettato ‘Gewurztraminer Mitterberg 2022’ di In Der Eben. Ma anche il notevolissimo piwi in anfora ‘Amber 2023’ della Cantina bergamasca Pietramatta, fino ad ‘Ambra’ il prezioso Salina Bianco del non più ragazzo Salvatore d’Amico, o il ‘Kalimera’, deliziosa Biancolella in purezza dell’ischitana Cenatiempo. Tralasciando la realtà più conosciuta, Foradori, che con i suoi 28 ettari qui fa la parte del colosso, ma rimanendo sul terreno della biodinamica, va citato Gino Pedrotti, la cui Nosiola in particolare, dovrebbe essere un caso di scuola per quanto riguarda i macerati. Gli acini li fa logorare a contatto con le bucce in vasche Inox per circa 35 giorni, per poi affinare il vino per dieci mesi in acciaio e altri due in bottiglia. Il vino ha 12 gradi e un 1 g/lt di zucchero, ma sopratutto una trasparenza tale da riflettere tutta la pulizia, l’eleganza, l’equilibrio e la luce di quello che è il vitigno bianco più antico e tra i più preziosi del Trentino. Eccezionale anche in versione Trentino Vino Santo Doc, rivela tutta la capacità del vigneron che dà complessità senza coprire l’identità dell’uva e del territorio dove cresce.
Anche il pubblico qui a Trento è diverso a quello che solitamente si incontra a questo tipo di appuntamenti. Un mondo rigorosamente under 40 (con una consistente fascia 25-35), attento, curioso e rispettoso, che ribalta l’assunto secondo cui ai giovani il vino non interessa. Come avviene qui il miracolo del sold-out? Grazie alla disponibilità al racconto e alla scarsa prosopopea da parte dei produttori, oltre alla grande accessibilità dei vini, dato che la maggioranza delle bottiglie è in vendita sotto i 15 euro.
Che differenze ci sono con manifestazione tipo la ‘Slow Wine Fair’ e il ‘Mercato dei vini dei vignaioli indipendenti’ della Fivi? ‘Sono realtà da cui noi prendiamo spunto, sono entrambe dei riferimenti” prosegue Cimadon parlando con askanews, evidenziando che ‘dalla nostra abbiamo il vantaggio di avere molta più libertà nella scelte. Qui siamo tutti volontari – continua – e questo ha un impatto importante sulla manifestazione: ci permette di tenere bassi i costi facendo sì che sia accessibile a tutti i produttori. Inoltre, la cosa bella è che il rapporto con i produttori è molto buono, c’è fiducia reciproca, sanno che nessuno di noi guadagna da ‘Vinifera’ e che nessuno lavora in questo settore e quindi non esistono nemmeno conflitti di interesse. Tutto questo – chiosa – si traduce nel fatto che tutti vogliono tornare l’edizione successiva e che abbiamo sempre più richieste da parte di nuove aziende’.
Oggi ‘Vinifera’ è l’evento dedicato al vino più grande e importante del Trentino, una regione che ha una lunga tradizione di viticultura e Cantine sociali e private di rilievo nazionale. ‘E’ bellissimo ma è anche una pressione non gradita: fai fatica a non avere gli occhi di tutti addosso’ risponde con grande sincerità Cimadon, spiegando che se è facile escludere giganti da milioni di bottiglie, lo è meno con le realtà locali: per poter avere anche quelli del resto dell’arco alpino, qui ce ne erano solo 25, mentre avremmo potuti averne una sessantina’.
Non solo vino. Importante lo spazio che quest’anno è stato dedicato a chi coltiva la terra e al cibo, dai mieli ai formaggi, fino ai grani antichi e allo scambio di semi (in sinergia con Coltivare Condividendo e con Rete Semi Rurali), tra dedizione, rispetto e qualità sopraffina. Punti di partenza anche per progetti come la rete ‘Tempi di recupero’, una associazione che interviene sui temi dell’utilizzo integrale delle materie prime e la valorizzazione del recupero gastronomico. Un network di agricoltori, artigiani, cuochi, gelatieri, bartender, imprenditori che promuove ‘una visione consapevole del mondo, contribuendo al raggiungimento dell’obiettivo socio-economico del cibo buono e sostenibile, supportando le persone, i luoghi e le economie più fragili’. Tra loro i giovani e bravissimi Martina Francesconi (gelateria ‘Gelatina’ a Genova), Enrico Ponza (con Fabio Ferrua ‘Antagonisti Gipsy Brewer’ a Melle) e lo chef (già stellato) Juri Chiotti (baita-ristorante Reis a Valmala). (Alessandro Pestalozza)