“Non andiamo a fasciarci la testa prima di essercela rotta.” Chissà se oggi, davanti alla notizia della sua scomparsa, Bruno Pizzul avrebbe usato una delle sue frasi più iconiche per smorzare la tristezza di questo addio. Con lui se ne va non solo un giornalista, ma una voce, un’epoca, un’Italia intera che ha vissuto il calcio attraverso il suo racconto.

Classe 1938, friulano nel cuore e nello stile, Pizzul ha attraversato generazioni con la sua inconfondibile eleganza. Era un calcio diverso quello che narrava: meno frenetico, più umano, fatto di emozioni raccontate con misura e competenza. “Decisamente sfortunata l’iniziativa…” diceva con quel tono che era una carezza anche quando l’errore in campo era evidente. Non un urlo, mai una forzatura: il suo era un calcio parlato sottovoce, una melodia che sapeva accendere le passioni senza bisogno di urlare.

Ha accompagnato la Nazionale italiana per anni, dagli Europei ai Mondiali, con la compostezza di chi sa che il calcio è un gioco, sì, ma anche una cosa seria. “Una partita maschia ma sostanzialmente corretta,” ripeteva spesso, fotografando con un istante il ritmo di uno scontro epico tra azzurri e avversari.

Oggi il pallone rotola senza il suo sguardo attento, senza la sua narrazione gentile. Il calcio moderno ha perso un pezzo di memoria, un narratore che sapeva rendere ogni incontro un racconto, ogni azione un pezzo di storia. Se n’è andato con la discrezione che lo ha sempre contraddistinto, lasciandoci il suono inconfondibile della sua voce nei ricordi delle nostre domeniche davanti alla TV.

Bruno Pizzul non c’è più, ma le sue parole restano: pacate, misurate, mai fuori posto. Proprio come lui. “Ed è tutto molto bello.” No, stavolta non lo è. Ma grazie lo stesso, Bruno.

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